La nuova alba tra i popoli: Pace EAU-Israele

La notizia del 13 agosto sul riconoscimento reciproco tra Israele ed Emirati Arabi Uniti è stato il primo raggio di sole dai negoziati di Oslo del 1995 nella storia lunga, turbolente e violenta dei rapporti tra Israele e gli stati arabi. Come è accaduto negli ultimi anni di politica via twitter, il presidente Trump ha cambiato la storia con un click.

Chi viveva e lavorava a Dubai, e aveva rapporti in Israele, si è sempre visto tollerare da entrambi i paesi, mentre altri paesi arabi erano molto più severi con chi visitava Israele. Mi sono trovato più di una volta con un visto d’ingresso negli Emirati Arabi accanto al visto israeliano sul mio passaporto, forse una dimostrazione dell’addetto di polizia di frontiera di Dubai della tolleranza degli Emirati nei confronti d’Israele. Al contrario, Libano, Arabia Saudita e Sudan non rilasciano visti sui passaporti che rechino un visto dello stato d’Israele.

Recarsi in Israele da Dubai è sempre stato un incubo: cambiare più aeroporti e affrontare lunghe attese per arrivare a destinazione, con il costante timore di dover rispondere alle domande scomode del personale di sicurezza per prendere un volo che, mi auguro, dalla fine di quest’anno sarà diretto e durerà meno di tre ore. Se da parte degli Emirati c’era molta tolleranza, dal lato israeliano c’era sempre molta curiosità e fantasia nei confronti degli Emirati Arabi e di Dubai. Visitare Dubai è ormai un sogno che ora tanti israeliani senza una seconda cittadinanza potranno realizzare.

Fino all’inizio del 2000 il GCC (Gulf Cooperation Council, ovvero il Consiglio di Cooperazione del Golfo, costituito da Arabia Saudita, Oman, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar) santificavano il loro fine settimana il giovedì e il venerdì pur di non celebrare il sabato ebraico. Tutto questo era cambiato con gli accordi di Oslo per poi sopirsi quando gli accordi si erano dimostrati una delusione.

Per tanti anni chi viveva tra queste due realtà era accomunato dalla voglia di libertà e d’apertura che caratterizza i due stati, visti anche i molti punti strategici che le due nazioni condividono. È noto, ad esempio, che i due paesi stavano da anni collaborando contro l’estremismo islamico, lottando congiuntamente contro il terrore. I due popoli sono molto simili e, rispetto agli altri paesi limitrofi, sono molto all’avanguardia nel settore della tecnologia. Condividono una passione per la finanza e Dubai ha sviluppato un’impressionante borsa diamanti che arriva quasi ai livelli di quelle di Tel Aviv e Anversa. In particolare va evidenziato il loro reciproco rispetto e spirito di tolleranza: tanti giovani emiratini che si sono laureati nelle università americane hanno amici stretti ebrei o israeliani e vedono che la vicinanza tra i due “cugini” potrebbe aiutare la questione palestinese. Il riconoscimento reciproco era importante per cambiare le dinamiche in Medio Oriente, ma per entrambe le parti era chiaro che senza una soluzione alla questione palestinese non c’è la speranza di un riconoscimento bilaterale, né di una normalizzazione dei rapporti e neppure di un mantenimento della pace.

L’accordo cambia tutto

Sul lato politico l’accordo è una vittoria per il presidente Trump e per il principe Mohamed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi che segue la lungimiranza di suo padre sheikh Zayed, fondatore dell’unione dei sette emirati. Con questa mossa, sheikh Mohamed scrive la storia del futuro degli Emirati e del Golfo Persico, prendendo formalmente la leadership del GCC e del mondo arabo. Mohamed bin Zayed è considerato il mentore del principe ereditario saudita Mohamed bin Salman e gode quindi del suo appoggio, oltre ad avere il sostegno formale di al-Sisi in Egitto, più il supporto di Bahrain e Oman.

Si aprono dunque nuove opportunità per gli investimenti, per il turismo e per gli affari in generale su entrambi i fronti, malgrado la pandemia e la recessione economica. I fondi d’investimento di Dubai sono infatti sempre stati interessati alla tecnologia israeliana in diversi campi (dall’agricoltura nel deserto alla cybersecurity), così come gli imprenditori israeliani sono sempre stati interessati a Dubai, alle sue zone franche senza dazi e dogane e alle sue porte aperte ai mercati di Medio Oriente, Asia e Africa.

Le aperture delle ambasciate faciliteranno inoltre lo scambio politico-economico e finalmente gli studenti potranno approfittare delle università e dei centri di ricerca più avanzati dell’area.

Oltre agli Stati Uniti, l’altro alleato stretto è l’India. Un grande mercato per entrambi e un grande amico storico. Più del 30% della popolazione emiratina è costituita da cittadini indiani che da secoli fanno parte intrinsecamente del tessuto sociale ed economico degli Emirati.

Così finalmente i cittadini degli Emirati potranno andare a pregare ad al Aqsa liberamente e senza paura, o potranno accedere a cure d’avanguardia negli ospedali israeliani. In tutto questo, il primo ministro Netanyahu – che ha dovuto congelare la dichiarazione di sovranità su alcune parti dei territori palestinesi, rinunciando a mantenere una promessa elettorale che aveva fatto agli elettori di estrema destra – vince, ma solo parzialmente.

La dinamica cambia per la vecchia leadership palestinese che si trova sorpresa, amareggiata e non più al passo coi tempi. Rifiutare l’offerta di pace di Trump ora sembra affare molto costoso per Abu Mazen, che si trova a perdere la prima e più importante pietra nella Lega Araba, che oggi riconosce e stringe rapporti con Israele.

Dopo gli accordi del 1979 in Egitto e quelli del 1994 in Giordania, con gli Abraham Accords del 13 agosto 2020 gli Emirati Arabi sono oggi il terzo paese arabo a stringere rapporti bilaterali con Israele. Ma Abu Dhabi, a differenza del Cairo e di Amman, costituisce un ricco donatore che con la realpolitik di Mohamed bin Zayed appoggia Haftar in Libia, al-Sisi al Cairo e costruisce, con i suoi petrodollari, la pace nel Corno d’Africa tra Etiopia, Eritrea e Somalia. Per Mohamed bin Zayed Israele è inoltre un grande alleato nella guerra che lo vede coinvolto a fianco dei sauditi contro l’Iran in Yemen e con gli israeliani in Siria e in Libano.

Sarà a questo punto importante per le leadership palestinesi, Hamas e l’OLP, cogliere questo evento storico e per una volta trovarsi dalla parte giusta della storia, utilizzando quest’opportunità per trovare il proprio posto al tavolo dei negoziati tra Emirati e Israele. L’accordo andrà avanti anche senza di loro e, stimolando l’ingresso di nuovi leader progressisti, potrebbero utilizzare questo momento storico per iniziare una nuova storia di pace che dia loro, con la protezione di Mohamed bin Zayed, uno stato indipendente.

Con questo accordo spero di vedere presto gli amici degli Emirati gustare hummus nel suk di Gerusalemme e gli amici israeliani prendere un caffè nel Dubai Mall. È solo una questione di tempo: con gli israeliani a Dubai, anche altri stati arabi del Golfo Persico normalizzeranno i rapporti con Gerusalemme, e spero che i primi a vedere la nuova alba in Medio-Oriente siano proprio i palestinesi.

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